La Congregazione di San Filippo Neri era stata fondata in Mondovì nel 1695 dal teologo Antonio Rosa.
La prima costruzione fu la grande chiesa dedicata al SS. Nome di Maria ma comunemente detto San Filippo. Voluta dal venerabile padre Trona, fu costruita dall’architetto Francesco Gallo che stese il progetto nel 1732, la iniziò nel 1734 e la portò quasi a compimento, coprendola con il tetto, prima della sua morte nel 1750. La fabbrica venne continuata negli anni seguenti con l’assistenza saltuaria dell’architetto Bernardo A. Vittone e fu benedetta dal vescovo Michele Casati nel 1757.

 

Analisi

La chiesa ha pianta maestosa ispirata alle chiese seicentesche romane a sala rettangolare con espansioni a croce e due cappelle simmetriche ai lati di queste, il profondo presbiterio un poco più stretto e la conclusione absidale rotonda. Lo schema longitudinale è potenziato dall’innesto mediano a croce che genera una spazialità compatta fortemente accentrata sotto il grande catino centrale. Il disegno della pianta è pervaso da una intensa vibrazione barocca e sottende una potenzialità di movimento capace di dare al vasto interno una rara elasticità di spazi e il respiro possente di un organismo vivo. I rettangoli degli angoli nettamente arrotondati nelle "tazze" paiono sfilabili l’uno dall’altro a partire dai quadrati centrali e vi rientrano tutti, generando un movimento potenziale controllato dal catino. L’ordine gigantesco delle paraste composite dall’alto piedistallo sorregge, sopra alla ricca ma fluente trabeazione, volte a botte lunettate, il catino teso sui pennacchi sferici e quello absidale fortemente incavato e tripartito dai costoloni. L’interno finito a semplice intonaco conserva ancora oggi la sua tinteggiatura originaria in bianco e grigio, senza decorazione pittorica. L’esterno è una poderosa elementare composizione volumetrica che rivela la spazialità interna; masse murarie piene, gigantesche, emergente sui tetti di Breo, che captano la luce con nitide superfici in cotto, la ritagliano con spigoli esatti e generano onde nette senza mezzi toni. La facciata presenta un disegno più attento di stretta derivazione architettonica e di altissimo valore decorativo, ma pienamente coerente con l’impostazione volumetrica del corpo. Tutta realizzata con il cotto in vista, è caratterizzata da due possenti contrafforti centrali che scattano decisi in alto a spezzare il frontone triangolare. Membratura plastica perfettamente fusa con il corpo della chiesa, è questa la facciata più mossa e chiaroscurata che abbia realizzato il Gallo, quasi a voler sopperire al piccolissimo e irregolare invaso su cui prospetta o a chiederne con voce grossa uno più adeguato. Nell’interno si ammira il pulpito ligneo a balcone con baldacchino appeso nell’incavo delle paraste del pilastro angolare in "cornu epistolae", opera dell’architetto Vittone; una rara ancona marmorea all’altare di S. Filippo nel cappellone di sinistra, dello scultore Giovanni B. Bernero di Cavallerleone, raffigurante la Vergine con Bambino che consegna a S. Filippo le Costituzioni della sua Congregazione, opera ricca di gradazioni plastiche che dallo stacco a tutto tondo passano a delicate incisioni chiaroscurali. Ma veramente notevole e di suggestivo cromatismo dopo il moderno restauro si presenta, inquadrata architettonicamente dalle paraste dell’abside, la grande tela raffigurante la Vergine, S. Anna e S. Gioachino dipinta dal pittore di corte Vittorio Amedeo Rapous (1728-89) che qui ha lasciato uno dei suoi capolavori più affascinanti. Sull’asse absidale la porta introduce all’Oratorio, grande sala rettangolare con volta a padiglione, sobriamente dipinta nel 1834 da Giovanni Toselli di Peveragno. In alto sul frontone arcuato dell’ancona absidale, le statue dorate della Fede e della Speranza del torinese Stefano M. Clemente (1719-94) fiancheggiano il monogramma di Maria Vergine sospeso tra testine d’angeli al centro di una raggiera dorata. La cassa intagliata e laccata dell’organo è stata acquistata dai Filippini di Torino ed è attribuita a Filippo Juvarra. Il portale marmoreo costruito poco dopo il ricostituirsi della Congregazione nel 1818 ha una chiara impronta neoclassica, e la porta lignea a pannelli intagliati con vistosi motivi e grottesca, di gusto seicentesco e di carattere profano, pare provenire dalla distrutta chiesa di S. Carlo dei Camilliani ma non se ne ha certezza. Bernardo A. Vittone realizzò, sempre seguendo un disegno a grandi linee lasciato dal Gallo alla sua morte, la annessa casa dei Padri che fu terminata nel 1769, risolvendola con personale interpretazione nel ritmico svolgersi di riquadrature, di larghe lesene luminose, di sottili cornici d’ombra e leggeri fondi arcuati. Il convento, fu restaurato nel 1840 dall’architetto torinese Gonella, che lo completò con il grandioso scalone.

 

Bibliografia:

Chiechio 1886, Michelotti 1929, Carboneri 1954, Billò 1978, Bertone 1991, Griseri-
Dell’Aquila-Griseri 1995, G. Griseri 1998, Comoli-Palmucci 2000

 

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