Presso Vicoforte Mondovì si trova un monumento di eccezionale valore storico e artistico: il santuario dedicato alla «Madonna di Mondovì» o alla «Regina Montis Regalis». Si narra che verso la fine del 1400 un fornaciaio fece dipingere l’immagine della Madonna col Bambino su un pilone da lui costruito nel mezzo di una selva ombrosa e umida ai piedi delle colline di Vico. Un secolo dopo un maldestro cacciatore colpì la sacra raffigurazione al petto che causò una sbrecciatura dell’intonaco che parve miracolosamente sanguinare. In tutti i paesi del territorio si venne a conoscenza dell’accaduto e si diffuse immediatamente un'intensa devozione alla Madonna del Pilone. Attorno al monumento si susseguirono, alla fine del XVI secolo, costruzioni di diverse cappelle, fino a quando il Vescovo di Mondovì Antonio Castrucci si fece promotore di una “richiesta a vasto raggio di progetti per un grande tempio" (Carboneri). Tra tutte le proposte fu preferita, anche dal Duca Carlo Emanuele I di Savoia che era sostenitore dell’iniziativa, la pianta ellittica con cappelle radiali presentata dall’architetto e ingegnere militare Ercole Negro di Sanfront. Il progetto venne affidato all’architetto sabaudo Ascanio Vitozzi (1539-1615) che il 7 luglio 1596 avviò il cantiere innalzandolo fino al primo cornicione, sia all’interno sia all’esterno; con la sua morte la costruzione fu interrotta. La ripresa dell’elevazione del tempio avvenne nel 1700 ad opera dell'architetto monregalese Francesco Gallo, questa volta finanziato unicamente dai monregalesi poiché essi non poterono più contare sul sostegno economico dei Savoia.


Cupola del Gallo

L’architetto Francesco Gallo, allora ventenne, fu l’unico in grado di chiudere l’architettura dopo un secolo dalla sua interruzione. Ricontrollò e corresse i difetti che la parte costruita dal Vitozzi manifestava: livellò il primo cornicione e innalzò un tamburo tutto suo. Il lavoro richiese la costruzione di una colossale impalcatura in legno, il cosiddetto «ponte reale». Esternamente l’architettura presenta una netta prevalenza del tamburo: esso si innalza oltre l’imposta della calotta, che coincide con la linea divisoria tra il primo e il secondo attico. La fascia decorativa principale sottostante ai due ordini è costituita da una serie di paraste a capitello semplificato, i finestroni a tre luci riprendono baroccamente le serliane delle facciate laterali, moltiplicandone gli echi. I contrafforti di questo ordine sono incisi da nicchie con frontoncini curvi. Il primo attico è ripartito da riquadri geometrici, mentre il secondo è forato da grandi oculi ovali, alla cui dilatazione corrisponde un “risucchio” dei contrafforti. Una cornice dentellata, che scavalca gli oculi e si lega ai timpani terminali dei contrafforti, chiude la decorazione. Anche qui, analogamente al contiguo monastero, è rilevante la calda nota unificante del mattone. Il rivestimento in rame della calotta fu aggiunto nel 1883-84 e il muro di sostegno di essa non è autentico. Il cupolino ripropone nuovamente, con ulteriori variazioni, il tema della serliana, fonte di luce. L’arenaria sostituisce il laterizio, ricollegandosi alle premesse vitozziane. Il risalto plastico dato dalle successioni di colonne e di semiparaste riconduce alle finezze decorative cinquecentesche, in contrasto con quello del tamburo, determinato da compatte masse volumetriche.


Bibliografia:

Arte nel Monregalese, Lorenzo Bertone, L’Artistica Editrice, Savigliano
ANTOLOGIA ARTISTICA DEL MONREGALESE, Nino Carboneri, Istituto bancario San Paolo di
Torino, Torino 1971;

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